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La guerra era finita ormai da oltre un anno; l’Italia e l’Europa si stavano riprendendo a fatica tra mille difficoltà economiche e sociali. Il mio rientro dalla Francia con l’agente Luca V. aveva lasciato un bagliore di speranza nel futuro di quel Paese: il generale Charles de Gaulle avrebbe condotto il popolo francese fuori da quel periodo buio e noi, giovani dalle mille speranze, avevamo dato un segno di fraternità attraverso un semplice lavoro di intelligence.
La J-TISBA (Jerry Thomas International Security Bartenders Agency), in fondo, era questo: eravamo presenti sotto mentite spoglie laddove la nostra figura era necessaria ai fini della sicurezza internazionale. Una rete di colleghi barman — e solo in seguito, negli anni, anche chef e maître — veniva addestrata per essere composta da perfetti e insospettabili agenti infiltrati nei grandi eventi. La nostra professionalità italiana nel servire i commensali era richiesta in tutto il mondo: un punto di forza per poter avvicinare indisturbati chiunque desiderassimo. A seconda delle indicazioni fornite dall’Agenzia, portavamo messaggi, aiutavamo persone influenti o, come ultima risorsa, eliminavamo il bersaglio.
Ovviamente le informazioni non arrivavano dal nulla; una rete di cellule informative, chiamate “Postini”, recapitava i file con le nuove missioni agli agenti sotto copertura. Questi Postini erano persone colte e preparate, sia in ambito culturale che militare. Avevano accesso a varie fonti e analizzavano gli eventi da diversi punti di vista insieme ai vertici dell’Agenzia, decidendo spesso le sorti del mondo con il fine di creare un futuro di pace.
“Mr. Gibson” — così avevo soprannominato il mio Postino vista la sua passione per l’omonimo drink — era una persona molto piacevole. Non avevo mai chiesto il suo vero nome, forse per il timore di scoprire chissà quali segreti, ma spesso mi chiedevo quale fosse la sua storia.
Dopo soli venti giorni dal rientro dall’ultima missione, mentre stavo pulendo i bicchieri e la jazz band suonava uno dei suoi pezzi migliori, lui riapparve. Alto, ben curato, indossava un cappotto lungo di ottima sartoria con il suo solito cappello e la sigaretta accesa. Si sedette al banco. L’incipit era sempre lo stesso: «Posso avere un Gibson ghiacciato, con due cipolline?». Era il segnale per attirare la mia attenzione; sapevo che era lì per consegnarmi l’ennesima missione.

Lo scambio di informazioni seguiva un copione collaudato: si parlava del più e del meno davanti agli estranei, mi chiedeva di accendergli la sigaretta e, in quel momento, mi infilava velocemente in mano la busta con i dettagli. Quel giorno, dopo aver letto l’oggetto sulla busta, tornai dietro il banco, ma Mr. Gibson era scomparso. Il suo cocktail era ancora lì, cipolline comprese. Non capii immediatamente dove fosse finito finché, dopo qualche secondo, una voce familiare si diffuse nel bar con note uniche e mai sentite.
Mr. Gibson era sul palco insieme alla jazz band: stava cantando, dando direttive ai musicisti con uno stile strabiliante. La gente, trascinata da quella nuova vena musicale, si lanciò in pista imitando i movimenti che lui creava mentre cantava. Finito lo show, tornò al bar e mi chiese un secondo Gibson. Avevo già provveduto; lui sorrise, alzò la coppa apprezzando il gesto e mi chiese di prendermi una pausa per parlare dei dettagli.
Lasciai il banco al mio collega Cesare e scendemmo nei sotterranei della Besana. In origine catacombe e poi rifugi antiaerei, avevo sistemato una di quelle sale con poltrone e un piccolo bar privato per gli ospiti più esigenti. Ci sedemmo e Mr. Gibson iniziò a spiegarmi la missione.
La destinazione era Vigo, in Galizia. Un Postino spagnolo aveva riferito di sospetti movimenti nel porto: U-Boat nazisti che, nonostante la fine della guerra, attraccavano ancora per rifornirsi. Questi movimenti rappresentavano una minaccia permanente; inoltre, diverse fonti davano credito a informazioni Top Secret secondo cui Hitler fosse ancora vivo e in fuga verso l’Occidente. Chiesi come fosse possibile che la Spagna aiutasse i nazisti. Mr. Gibson mi spiegò che il generale Franco non aveva firmato patti contro la Germania, avendo ricevuto aiuti dal Führer durante la Guerra Civile per salire al potere. Vigo, affacciata sull’Atlantico, era un punto nevralgico per l’espatrio dei gerarchi verso il Sud America e per il commercio del tungsteno, materiale fondamentale per le corazzate.
Le indicazioni erano chiare: infiltrarmi nel banchetto di due giorni alla roccaforte di Franco era la mia unica occasione. Dovevo scovare le prove della fuga del Führer e mappare la sua rotta verso l’esilio.
Finito il briefing, la curiosità prese il sopravvento. Chiesi al Postino di parlarmi di sé: lui sapeva tutto di me, ma io non sapevo nulla di lui. Mr. Gibson sorrise, sorseggiò il cocktail e iniziò il racconto. Il suo vero nome era Stefano Nincevich, giornalista di cronaca internazionale da vent’anni. Era stato reclutato dal suo predecessore, il “Maestro” Franco Zingales.
Il Maestro lo aveva conosciuto quando era poco più che maggiorenne. Stefano scriveva per un quotidiano locale con passione per le notizie e per i buoni drink. Una sera, al Nottingham Forest, vide un affascinante signore ordinare un Gibson a Dario Comini. Stefano si incuriosì e Franco, sorridendo, gli spiegò la natura di quel drink meraviglioso e di come Dario fosse il migliore in città.
Notai il legame profondo tra loro: mentre raccontava, gli occhi di Stefano si fecero lucidi. Mi disse che per un mese era tornato ogni sera al bar per incontrare Franco e parlare di politica davanti al loro cocktail preferito. Un giorno Franco e Dario lo presero da parte, rivelandogli di far parte della J-TISBA e di averlo scelto come futuro Postino. Fu così che il signor Comini divenne l’agente Hiro e il signor Franco il Maestro.
Mr. Gibson si fermò, prese fiato e mi guardò: «Sai Diego, anche se siamo destinati a fare del bene, questo non ci garantisce l’eternità. Franco me lo diceva sempre. Quando ci lasciò prematuramente, quelle furono le sue ultime parole. Ora che anche Hiro, il più grande agente della storia, se n’è andato, tocca a noi garantire un mondo migliore ai nostri figli».
Sorrise, mangiò le due cipolline e tornammo di sopra, rientrando nei nostri ruoli di cliente e barista. Poche ore dopo, partii per la Spagna.
Diego Ferrari
“Questo è un racconto di pura fantasia….tranne per le parti vere”
