L’albero di Cedro

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Di ritorno dalla prima missione, ci vollero diversi giorni prima che mi rendessi conto di quanto fosse accaduto. Ancora non credevo alla scomparsa dell’agente Hiro e spesso, dietro il banco del bar, rimanevo assorto a fissare la porta in attesa di veder apparire il suo sorriso, severo e sincero. Capii che tutto era cambiato e che dovevo iniziare un nuovo percorso, una nuova vita.

Poche settimane dopo la fine della guerra, l’Europa e l’Italia cercavano di rialzarsi da anni di conflitti e atrocità. Grazie a un amico di vecchia data, mi giunse voce che all’interno della chiesa sconsacrata della Rotonda della Besana un piccolo bar cercasse personale serio e capace. Il giorno dopo, dopo essermi documentato sul posto, mi presentai in questo monumentale spazio situato tra via Enrico Besana e viale Regina Margherita. Il luogo mi affascinò immediatamente: un grande cancello sorretto da alte mura porticate, in parte crollate a causa di un bombardamento aereo, racchiudeva un meraviglioso parco con al centro questa stupenda chiesa, nota a Milano per essere stata il “foppone”, un cimitero comune eretto all’epoca della peste del Seicento. Appena varcate le mura, cercai di individuare la zona in cui era situato il bar.

Il parco era vivo, colmo di persone che, felici per la nuova era e per la pace appena ottenuta, si godevano quella piccola isola felice tra sfarzosi picnic e bambini che giocavano sorridenti a nascondino. Il bar non era ben visibile dall’esterno, ma mi bastò scorgere l’insegna per capire immediatamente quale fosse l’ingresso. Un cartello pubblicitario, di moda a quei tempi, sponsorizzava un Vermouth torinese molto famoso e la scritta “Bottiglieria”, situata sull’arco esterno della chiesa, non lasciava dubbi sulla direzione da prendere.

Una cosa, però, mi trattenne per qualche istante prima di entrare. Nel parco, sulla sinistra della chiesa vicino a un grande cedro, un ragazzo esile si cimentava nel far ruotare in aria quelle che da lontano sembravano bottiglie di vetro. La luce del sole alle sue spalle mi permetteva di scorgere solo la sua silhouette, e rimasi incantato dai suoi movimenti acrobatici, decisi e precisi, finché una mano sulla spalla e una voce sicura non mi fecero tornare in me. Era il proprietario del bar che, avendomi visto immobile sulla soglia e concentrato su quel ragazzo, mi chiedeva se andasse tutto bene. Sorrisi e, scusandomi, mi presentai.

Il colloquio durò pochissimo e il proprietario acconsentì subito a farmi fare una prova il giorno seguente. Felice della notizia, lo salutai con una decisa stretta di mano e, ringraziandolo per l’opportunità, lasciai il bar e il parco per dirigermi subito a casa.

Fin dal mattino successivo, il desiderio di crescita professionale mi portò a presentarmi sempre con mezz’ora di anticipo, ma, arrivato davanti alla porta, lui era sempre lì. Il ragazzo della silhouette continuava ad allenarsi nel parco, vicino al cedro, sempre alla solita ora; ma quando, pochi minuti dopo, uscivo di nuovo dopo essermi cambiato, lui era già scomparso.

Il lavoro andava bene; la gente, seppur con poche lire in tasca, aveva voglia di divertirsi. La sera era usuale servire cordiali, vermouth, whisky o amari, ma la mia passione per la miscelazione mi portava a proporre con successo ricette classiche ai nostri clienti abituali. Erano passati ormai mesi dalla missione in Normandia e nessuno dall’Agenzia si era più fatto vivo. Per diverso tempo mi chiesi se fosse stato solo un evento casuale, ma un cospicuo assegno sul mio conto e la promessa del Postino suggerivano il contrario.

Non passò molto tempo prima che, in una notte di novembre, una voce familiare mi chiedesse un Gibson con due cipolline. Alzai lo sguardo lentamente, con il sorriso di chi sa bene cosa stia succedendo. Lui era lì, di fronte a me: il Postino era tornato.

Mi misi subito all’opera raffreddando il mixing glass e la coppetta. Mentre preparavo il drink, il Postino cominciò con aria disinvolta a chiacchierare del più e del meno, restando sul vago per non attirare l’attenzione degli avventori. Nel locale una band intonava note jazz di sottofondo e una nube di fumo offuscava le lampade che ne illuminavano l’interno. Il Postino, sorseggiando il cocktail, estrasse una sigaretta e, con la scusa di chiedermi da accendere, mi passò una busta con i dettagli della nuova missione, sussurrandomi di assentarmi qualche minuto per esaminarla. Con naturalezza, riposi i fiammiferi e la busta nel taschino e mi presi una pausa.

Raggiunta un’area sicura nei sotterranei della Besana, aprii la lettera. Sarei dovuto tornare in Francia per proteggere il generale Charles de Gaulle durante un evento elettorale; il mio ruolo sarebbe stato quello di sventare un eventuale attacco da parte dell’opposizione. La novità, però, era che non sarei stato solo: questa volta avrei condiviso il lavoro con l’agente Luca V., un collega rumeno specializzato in abilità acrobatiche di nuova concezione chiamate “Flair”.

Il compito di Luca V. era di intrattenere il pubblico con la sua performance, distraendo i presenti, mentre io avrei dovuto individuare i bersagli. Per neutralizzare i nemici avrei usato una fiala di Aconite, un veleno derivato da una pianta d’altura, solubile in alcol e perfetto per il nostro lavoro. La lettera terminava con la data di arrivo in Francia, il 10 novembre, e l’indicazione che al mio rientro avrei conosciuto ufficialmente il mio nuovo collega.

Tornai al banco e mi avvicinai al Postino, che ordinò un altro Gibson. Si girò e mi presentò il suo amico Luca Valentin che, porgendomi la mano da gentiluomo, mi guardò e sorrise. Il suo sorriso era abbagliante e sincero. Prima ancora che potessi dire il mio nome, mi interruppe:

«Sai Diego, il profumo del cedro mi è sempre piaciuto. Mi ricorda di quando ero bambino, prima della guerra, e mio padre intratteneva me e mia madre durante i picnic facendo volare bottiglie e posate proprio sotto quell’albero…»

Abbassai lo sguardo sorridendo. Capii che il mio nuovo collega avrebbe avuto molto da insegnarmi. Partimmo dopo pochi giorni e, il 13 novembre, la Francia incoronò il suo nuovo Presidente.

Diego Ferrari

“Questo è un racconto di pura fantasia….tranne per le parti vere”