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Uno dei temi più dibattuti in ogni settore è il rapporto tra competenza tecnica e consapevolezza professionale. In oltre tre decenni di carriera nel mondo del bar, devo riconoscere che, grazie all’impegno e alla passione di tanti bartender, questo settore si è evoluto radicalmente, offrendo standard di qualità, servizio e competenza sempre più elevati. Sono ormai lontani i tempi in cui ordinare un Amaretto Sour in un locale generico significava ricevere un drink che era tutto tranne ciò che si era chiesto; oggi incontriamo professionisti più preparati e appassionati.
In questa crescita, i Brand hanno giocato un ruolo cruciale, fornendo mezzi, seminari e masterclass per istruire gli operatori sui prodotti, insegnando non solo come usarli al meglio, ma anche come raccontarli al cliente. Eppure, nonostante viviamo in un’epoca in cui la conoscenza è a portata di click, tutto questo non sembra ancora sufficiente.
Calcolo Gradazione Alcolica e Professionalità: il Test dei 10 Cocktail
Durante le mie masterclass in giro per il mondo, affrontando un tema a me caro come i Low Alcohol, ho notato spesso una certa esitazione di fronte a una domanda semplicissima: “Quanto è alcolico il cocktail che mi sta preparando?”.
Sottopongo regolarmente le persone presenti alle mie masterclass un test: mostro una slide con dieci cocktail internazionali e chiedo di stimarne la gradazione. La maggior parte dei colleghi barcolla tra numeri ipotetici e risposte approssimative. Tuttavia, fornendo loro un metodo di calcolo preciso — che consideri la diluizione del ghiaccio e si avvalga di strumenti moderni come App o AI — il concetto cambia. Comprendono allora l’importanza di fornire un’informazione corretta, una risposta che non solo soddisfi la curiosità del cliente, ma ne confermi la professionalità. In fondo, se ponessimo una domanda tecnica a uno chef sugli ingredienti, o a un medico su una terapia, non accetteremmo un “mi scusi, controllo su Wikipedia”. La formazione continua è la chiave per rendere un team davvero vincente.

Generazione Z e Hospitality: Evoluzione dei Valori o Mancanza di Passione?
Parallelamente, un altro tema caldo è il confronto con le nuove generazioni. È comune sentire tra i manager della mia età critiche verso i giovani che “non sanno o non vogliono fare”. È pur vero che ogni generazione ha sempre criticato la successiva — per moda, linguaggio o attitudini — ma ciò che è cambiato davvero è il contesto. La rivoluzione digitale e l’esperienza della pandemia hanno ricalibrato i valori: oggi i giovani cercano un equilibrio più sostenibile tra lavoro e vita privata. È un’evoluzione sociale, piaccia o meno.
Certo, questo si riflette nell’ospitalità con sfide inedite. Trovare personale è difficile e spesso ci si scontra con chi, pur avendo solo basi scolastiche, ambisce subito a ruoli da Bar Manager con orari part-time. Ma prima di giudicare, ricordiamoci che anche noi, in gioventù, abbiamo avuto pretese poco logiche. I nostri nonni, abituati a fatiche fisiche oggi inaccettabili, probabilmente criticavano i nostri genitori quando cercavano lavori meno logoranti e più diritti. Prima di condannare, dovremmo cercare di capire verso dove sta andando il mondo.
Se però devo muovere una critica costruttiva, valida per i giovani come per i veterani, riguarda l’uso del cellulare. Quando un’azienda concede libertà d’uso dello smartphone in servizio, rischia di creare un muro: non c’è niente di meno professionale di un cliente che cerca lo sguardo di un cameriere o di un bartender e lo trova perso nell’oblio dei social network.
La tecnologia è uno strumento di crescita, non deve diventare un ostacolo all’ospitalità.
Salute!
